Visualizzazione post con etichetta donne e migrazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne e migrazioni. Mostra tutti i post

giovedì 21 luglio 2011

Aicha Bouabaci nel Salento



La Casa delle Donne di Lecce e la Libreria Ergot
presentano

a Lecce in Piazzetta Falconieri (via Palmieri)

lunedì 25 luglio 2011, ore 20

il romanzo

Il disordine umano

raccontato a mio nipote

di Aicha Bouabaci

Edizioni Kurumuny, Martignano 2011

Prefazione di Ada Donno
Traduzione dal francese di Viviana Ingrosso

Disegni di Rita Goffredo

Ada Donno, Antonella Mangia, Irene Strazzeri dialogano con l’Autrice.

Dalle pieghe dell’ordinaria storia di un “respingimento”, uno qualsiasi delle migliaia a cui ci hanno abituato le cronache dell’immigrazione europea più recente, la scrittrice algerina Aicha Bouabaci trae interrogativi e temi di riflessione stringenti
Donne native e migranti di Lecce dialogheranno con l’Autrice
Arricchirà il luogo dell’incontro un’esposizione dei disegni
di Rita Goffredo
Un rinfresco maghrebino sarà offerto alle/ai partecipanti

lunedì 7 marzo 2011

L’Italia finanzia le violenze contro le donne migranti

"Sono tante le testimonianze dei soprusi e delle torture subiti dalle persone detenute nei centri di concentramento libici, ma per le donne, oltre alle torture, il trattamento prevede violenze sessuali e stupri di gruppo! L'Italia, finanziando la polizia e le carceri libiche e respingendo donne e uomini verso la Libia, è complice di queste atroci violenze. Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Anche se uomini e donne africani che arrivano via mare rappresentano una minima parte dei migranti senza documenti presenti in Italia, il governo italiano ha concentrato attenzione e risorse sugli sbarchi, poiché essi rappresentano il simbolo della prospettiva emergenziale costruita da anni sul tema dell’ immigrazione: sul regime di paura alimentato dalla menzogna dell’”invasione” si gioca la propaganda razzista e criminalizzante del governo, ormai istituzionalizzata nel pacchetto sicurezza. In base agli accordi tra il governo italiano e il governo libico e alle nuove politiche migratorie inaugurate dall’Italia, le donne e gli uomini provenienti dalla Libia, anche se quasi mai di nazionalità libica, vengono “respinti” senza avere la possibilità di arrivare in Italia e di presentare richiesta di diritto d’asilo, di cui la maggior parte di loro è a tutti gli effetti titolare. Da quando sono cominciati i respingimenti in mare sono stati finora oltre 1.200 le persone che le autorità italiane hanno riconsegnato alla Libia. Durante la detenzione nelle carceri libiche, uomini e donne subiscono violenze inaudite e vere e proprie torture, “Abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno deserto. Crimini che l’Unione europea finge di non vedere…” queste le amare conclusioni di un rapporto curato da Fortress Europe nel 2007. Le donne in particolare subiscono, oltre alle violenze fisiche e psicologiche, stupri ripetuti e collettivi. In seguito alle violenze sessuali, molte di loro rimangono incinte e sono costrette a ricorrere ad aborti clandestini, che spesso le uccidono. E non è che le cose in “patria” vadano meglio: nei CPT (oggi CIE) viene applicato lo stesso progetto repressivo e violento. Ne è una prova laprotesta al CIE di via Corelli a Milano, soffocata dalla violenza delle Forze dell’Ordine. I processi si svolgeranno il 21 e il 23 settembre e vedono implicato anche l’ispettore capo di servizio al centro, accusato da una partecipante alla protesta di tentata violenza sessuale. Paradossalmente tutto questo viene fatto al fine di garantire la “sicurezza “ dei cittadini e delle cittadine italiane e anche in nome della violenza contro le donne. La ministra Carfagna ha sostenuto, nell’incontro con Gheddafi dello scorso giugno, di voler aiutare le donne africane, e ha presieduto in questi giorni un G8 contro la violenza alle donne escludendo i centri antiviolenza. Di fatto però l’Italia finanzia attivamente le violenze contro donne e uomini migranti con importanti stanziamenti finanziari e di mezzi alla Libia. Del corpo delle donne viene sempre fatto un uso strumentale, viene data risonanza mediatica solo agli stupri di stranieri su donne italiane, quando le violenze commesse da uomini migranti costituisce solo una minima parte delle violenze agite sulle donne nel nostro paese. La maggior parte della violenza avviene all’interno della famiglia cosiddetta “normale”, promossa e protetta e al centro di tutte le politiche sociali. Vogliamo che sulla violenza alle donne non venga fatta nessuna strumentalizzazione per avallare leggi razziali! Vogliamo la libertà di migrazione per tutte/i, sia per le persone che emigrano per necessità, in fuga da guerre, dittature e persecuzioni, sia per le/i migranti economici, e per tutte/i coloro che desiderano migrare. Vogliamo che vengano interrotti immediatamente i respingimenti, che vengano garantiti il diritto all’esistenza, alla libertà, all’autodeterminazione delle e dei migranti, no al reato di clandestinità, no al pacchetto sicurezza. Vogliamo che le donne che arrivano nel nostro paese non debbano subire ogni tipo di violenza senza potersi ribellare proprio perché una legge della nostra repubblica le rende ricattabili. Non possiamo più far finta di non vedere e di non sapere, non possiamo non riconoscere il legame tra violenza contro le donne, sessismo, razzismo, lesbo/trans/omofobia, che porta alla normalizzazione di vecchi e nuovi fascismi, auspichiamo che le voci di dissenso producano nuove forme di resistenza".

Questo il testo di convocazione del presidio promosso da Altra città - Lista civica di donne che si terrà mercoledì 23 settembre alle ore 18 in piazza Nettuno a Bologna. Adesioni finora pervenute: Centro interculturale delle donne "Trama di Terre", Associazione Armonie, Bologna Città Libera, Fuoricampo Lesbian Group-Officina di Studi Arte e Politica lesbica, Facciamo Breccia - Bo, MIT - Movimento Identità Transessuale, La Tavola delle donne sulla violenza e sulla sicurezza della città, Maria Grazia Negrini, Donne in Nero di Bologna, Marinella Manicardi, Catalina Pazmino, Antagonismogay, Laboratorio smaschieramenti, Associazione Comunicattive, Coordinamento "Quelle che non ci stanno", LAI - Lesbiche Antifasciste in Italia, Collettivo figliefemmine, Associazione Orlando, Fernanda Minuz, Anna Zoli, Coordinamento Donne Trieste, Gruppo 98' poesia, UDI - Unione Donne Italiane, Vincenza Perilli, Terre Libere, Associazione Femminile Maschile Plurale - Ravenna, Paola Patuelli, La vita al centro. Bambini e genitori - To, Donatella Faraoni, Casa delle donne per non subire violenza, SOS DONNA, Marcella Brizzi

da Marginalia

sabato 18 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza


da: Pensiero Selvaggio
Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente) insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

Secondo problema: le bambine nate in Italia da genitori migranti non possono essere sottoposte legalmente a questi interventi in Italia ma vengono regolarmente "operate" nei paesi di origine. Ed in questo caso la legge è impotente: questi atti ricadrebbero eventualmente sotto la responsabilità dei paesi dove le operazioni vengono messe in atto, dove tutto ciò è spesso legale (o non perseguito/non perseguibile). Non dobbiamo inoltre dimenticare che queste bambine non sono nemmeno cittadine italiane: un conto è proibire l'infibulazione sul territorio italiano, un conto "proibire" che le baby cittadine nigeriane o algerine vengano infibulate altrove. In questi casi, infatti mancano tutti i requisiti per poter avere voce in capitolo: stiamo pur sempre di atti cui vengono sottoposte cittadine straniere al di fuori dei confini del nostro paese.

Ma c'è una possibilità. Se a queste bambine nate in Italia fosse concessa la cittadinanza italiana alla nascita, infatti, il discorso potrebbe essere impostato in maniera diversa: queste bambine verrebbero sì sottoposte ad operazioni all'estero ma potrebbero comunque beneficiare di una serie di tutele che lo stato deve garantire ai suoi cittadini. Se dotate della cittadinanza, queste ragazze potrebbero ad esempio ricadere sotto la protezione primaria dello stato che potrebbe chiedere conto ai genitori responsabili di questo atto di menomazione appellandosi al fatto che le bambine sono minori italiane e che come tali godono di un set di tutele forti che lo stato deve far rispettare. La Repubblica Italiana potrebbe rendersi seriamente garante del diritto di queste sue baby cittadine perseguendo i genitori che "non vigilano" sull'incolumità dei minori resi italiani. Sarebbe già qualcosa.

Ad oggi, tuttavia, queste bambine non sono legalmente che individui di passaggio. Per loro si può invocare soltanto la generica tutela dei "diritti umani"; e suona un pò "imperialista" l'imporre a quelle che oggi sono ancora cittadine nigeriane o marocchine una visione del mondo italiana. A coloro che si indignano per l'infibulazione lancerei quindi questa provocazione: lavoriamo per far ricadere seriamente queste giovani vittime sotto l'ala protettrice della Repubblica Italiana riconoscendole come cittadine a pieno titolo.

Ed una volta che sono maggiorenni, lasciamole libere di fare del loro corpo ciò che meglio credono.

*****************************************************************************

Infibulazione: "Nella capitale
curate oltre 10mila donne"

DA: Repubblica.it

In Italia la legge vieta le mutilazioni genitali femminili, ma ancora molte donne continuano a sottoporsi a questa pratica. L'allarme di Aldo Morrone, direttore dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie nella povertà (Inmp): "Il fenomeno non si ferma. Ci sono ancora medici che agiscono nell'illegalità'"


E' un dramma nascosto quello delle donne immigrate vittime di mutilazione genitale femminile (Mgf) in Italia. Solo nella capitale dal 1996 sono state curate in diecimila. A lanciare l'allarme sul fenomeno è Aldo Morrone, direttore dell'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie nella povertà (Inmp) all'ospedale romano San Gallicano.

Anche se in Italia la legge vieta questa pratica, la situazione è sempre più preoccupante. Secondo alcune stime recenti ogni anno almeno 600 bambine sono a rischio. "Nel nostro Paese ci sono ancora medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l'infibulazione - spiega Morrone - ce ne accorgiamo solo quando le donne vengono al nostro ambulatorio e osserviamo danni recenti che fanno pensare a un intervento di questo genere".

Spesso le mutilazioni sono fatte senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. L'emorragia che ne consegue viene arrestata tamponando la ferita con garze e bendaggi o, nei casi migliori, con punti di sutura. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.

La legge
A quattro anni dalla legge (n.7-01-2006) che vieta l'infibulazione è ancora difficile fare un bilancio sulla sua efficacia in Italia. Nel mondo più di 130 milioni di donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali (Mgf) e solo in Italia si calcola che siano 40.000. E' il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila vittime.

Nel nostro paese non esistono dati ufficiali sul questo fenomeno 'nascosto' visto che chi pratica questa usanaza può essere punito con una pena che può arrivare a 12 anni di reclusione. Spesso il problema è quello delle vacanze nei paesi d'origine. Se in Italia 'il taglio' è vietato, la possibilità di superare l'ostacolo è infatti quello di effettuare l'infibulazione all'estero.

Le 10mila donne passate dal San Gallicano provenivano soprattutto dall'Africa dove questa tradizione, slegata da dettami religiosi, è radicata.

In molti paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale
o in quelli dove si fanno piercing e tatuaggi. "Il fenomeno paradossale - dice Morrone - è quello delle giovani ragazze, adolescenti nate in Italia da genitori immigrati o trasferitesi da piccole che 'desiderano' essere infibulate, una volta raggiunta la maggiore età". Le ragazze che hanno fatto questa richiesta, nonostante i numerosi colloqui con i mediatori culturali, in qualche caso, sono riuscite a portare a termine la loro intenzione altrove.

"Abbiamo avuto notizie di una ragazza africana - conclude Morrone - che, una volta maggiorenne, si è fatta infibulare in Germania. E' difficile modificare questo modello culturale. Da una collaborazione con colleghi spagnoli siamo addirittura venuti a sapere di immigrate che, approfittando delle vacanze estive, portavano le loro figlie a farsi infibulare nei Paesi d'origine".
(11 settembre 2010)

Il confine violato del patriarcato dalle donne migranti


il manifesto - 6 agosto 2010
Paola Rudan

FRANCESCA ALICE VIANELLO, MIGRANDO SOLE. LEGAMI TRANSNAZIONALI TRA UCRAINA E ITALIA, FRANCO ANGELI, PP. 192, EURO 21

Le donne che migrano sole rovesciano l'ordine patriarcale. Migrando, sanno di venire meno all'immagine della madre legata al focolare domestico e di sottrarsi alla presenza di un uomo forte. Le donne che migrano sole, lasciando i propri mariti e figli nel paese di provenienza, sanno di essere loro le più forti. «Noi siamo più forti»: è proprio questo che dice A. F., migrante incontrata a Venezia, in una delle molte interviste che conferiscono al lavoro di Francesca Alice Vianello una rara profondità.
Migrando sole è il risultato di una ricerca empirica sulla mobilità transnazionale delle donne ucraine. Un fenomeno sempre più rilevante ma ancora poco conosciuto, che l'autrice indaga intrecciando l'attenzione alle biografie delle donne incontrate con un tentativo efficace di trarre da uno studio di caso indicazioni più generali per comprendere i movimenti transnazionali delle donne e le trasformazioni che producono. Si tratta di una ricerca di frontiera, perché svolta sui pulmini che collegano il nordest e il suo oriente, nei parcheggi dove la domenica le migranti si incontrano, in Ucraina, per considerare gli effetti delle migrazioni delle donne sui figli, le figlie, il tessuto sociale. Una ricerca di frontiera perché condotta da una donna che ha accettato di muoversi per essere in grado di comprendere la lingua e il linguaggio parlati dalle donne incontrate.
Le migranti ucraine (il campione considerato è ampio, relativamente uniforme rispetto alla provenienza sociale - urbana, con alti livelli di istruzione - e differenziato soprattutto in termini generazionali) fanno esperienza non solo di quella che Sayad ha definito «doppia assenza», ma anche e soprattutto di una «doppia presenza». È questo rovesciamento proposto dall'autrice che rende meglio la specificità sessuata di questo studio di caso. Si tratta di una riconfigurazione su scala transnazionale del doppio ruolo - produttivo e riproduttivo - rivestito dalle donne: nel momento in cui migrano sole, le ucraine si trovano a indossare i panni del breadwinner (madri goduval'nytsi) conquistando attraverso il denaro un potere inedito all'interno della famiglia e producendo così tensioni e conflitti anche radicali nei rapporti di genere.
Al contempo, come madri esse sono obbligate a ripensare il proprio modello di maternità, adattandolo alla dimensione transnazionale con strategie che vanno dalle frequenti telefonate ai pacchi dono, dalla retorica del sacrificio materno per i figli al valore simbolico attribuito alle rimesse, una vera e propria «sentimentalizzazione del denaro» cui Francesca Alice Vianello dedica, in prospettiva storica, un'analisi approfondita.
La «doppia presenza» delle donne migranti non è letta attraverso uno sterile binomio Ucraina/tradizione - Italia/modernità. Al contrario, si mostra la presenza transfrontaliera di queste due dimensioni considerando, in particolare, il modo in cui l'uscita delle donne ucraine dalla tradizionale divisione sessuale del lavoro sia riaddomesticata tramite la loro segregazione lavorativa come «badanti». Nonostante tutto, la migrazione rappresenta per queste donne un'esperienza sovversiva, che indica nuovi orizzonti di possibilità modificando, ad esempio, il calendario socioculturale che scandisce la loro biografia, aprendo le porte di una «nuova giovinezza», diventando un'opportunità sempre perseguibile di appropriazione di potere anche laddove gli attraversamenti della frontiera costituiscono altrettanti momenti di proletarizzazione.
Lungo queste linee di indagine l'analisi di Francesca Alice Vianello si sviluppa per giungere a proporre alcuni tipi ideali di migranti ucraine - in transito, permanenti, sospese - che, senza alcuna rigidità, mirano a mettere in luce la dimensione soggettiva, la capacità di elaborare strategie diverse a seconda del mutamento delle prospettive personali, delle relazioni famigliari, delle condizioni lavorative. Non vi è, in questo approccio, alcuna forzata esaltazione della migrazione delle donne come processo emancipatorio in sé dato, ma al contrario la capacità di cogliere tensioni e contraddizioni, possibilità e limiti, restituendo la rilevanza sociale e la costitutiva politicità dell'esperienza personale e del suo racconto. In questo senso, Migrando sole non è solo un contributo estremamente rilevante per comprendere la dimensione ormai compiutamente transnazionale della riproduzione sociale, ma mostra con chiarezza la necessità imprescindibile di uno sguardo sessuato alle migrazioni contemporanee: perché le donne ne sono protagoniste e perché, anche migrando, le donne cambiano il mondo.