lunedì 13 settembre 2010

Dietro le "Badanti". Orfani sociali, spaesamenti e altri effetti collaterali

da: ilpensieroselvaggio

Negli scorsi giorni ho potuto assistere al seminario di presentazione di un libro, scritto da una giovane sociologa di Padova, che studia il tema delle "badanti" a partire da un'intensa attività di ricerca, osservazione e intervista condotta in parte in Veneto in parte in Ucraina.

Voglio brevemente condividere alcuni aspetti, spesso ignorati dal dibattito, che mi hanno colpito.

Le "badanti" ucraine sono soprattutto donne oltre i 40-50 anni; dopo la dissoluzione del socialismo reale hanno spesso perso il loro impiego qualificato andando incontro a grosse difficoltà economiche. Spesso l'intera famiglia è stata travolta dalla crisi: mariti rimasti disoccupati, o che mantengono lavori insufficienti a garantire reddito per salvaguardare la loro immagine sociale; spesso queste difficoltà hanno portato a crisi anche coniugali conclusesi con divorzi e separazioni. Queste donne si sono quindi trovate spesso sole, con il bisogno di diventare principali procacciatrici di reddito. A volte partono gli uomini: destinazione Russia, Repubblica Ceca e Polonia, dove lavorano come manovali (i due terzi degli emigranti ucraini sono uomini). Ma spesso sono le donne a trovarsi costrette a partire.


A casa, queste donne lasciano i figli, spesso in età adolescenziale o pre-adolescenziale. I mariti, dove ancora presenti (e non hanno divorziato), generalmente si curano ben poco di loro; spesso, formalmente, i ragazzi ricadono sotto la responsabilità di nonni e zii ma, specie nelle grandi città, essi vivono lontano dagli appartamenti dove i ragazzi rimangono di fatto a vivere da soli. In Ucraina, questi "orfani sociali" sono considerati una piaga tanto che i giornali locali non fanno che parlarne con toni allarmistici: scarsi risultati scolastici, problemi di alcol e droga. D'altra parte non sono altro che adolescenti lasciati a vivere soli, o sotto il controllo di fratelli o di zie lontane, con una madre lontana che perde autorità e invia laute paghette per compensare e motivare la distanza.

Le madri in Italia lavorano duramente per pagare l'università, l'avviamento professionale, le nozze; mandano frequentemente regali anche banali, per "rappresentare" l'interessamento e la cura. Ma spesso ciò non basta.

La migrazione non è traumatica soltanto per i figli, ma anche per le donne stesse. Finchè vivono in Ucraina esse sono madri, donne istruite, professioniste: anche se hanno perso il lavoro hanno una loro identità rispettabile e costruita, come qualsiasi quarantenne e cinquantenne. Il giorno dopo la partenza, tuttavia, questa eredità si è già sbriciolata: lavori umilianti, e non riconosciuti socialmente, di fronte alle quali queste donne (in patria molto spesso "impiegate di concetto") sono per di più impreparate. Zero autonomia, per donne abituate ad avere la massima libertà di carriera e di movimento improvvisamente murate in appartamenti dove tutto è regalato, dove sono obbligate - se non vogliono perdere il lavoro, o se ambiscono a una mezza giornata libera - anche ad essere ossequiose ed affettuose.

Non basta il fatto che queste donne tamponano sulla loro pelle le carenze del nostro welfare e liberano le giovani donne dal peso di questo penoso lavoro full time di cura.

In ogni caso, la loro condizione non è buona. Non che si aspettassero nulla; ma l'impatto è traumatico. Cominciano così a mitizzare il momento del ritorno a casa: a sognarlo, a immaginarlo, a stabilire quote e limiti massimi di permanenza. Ma questo rientro, sempre presente sull'orizzonte, spesso si rivela molto lontano: le esigenze si moltiplicano, e le donne cominciano a ricostruirsi un embrione di vita sociale, qualche amicizia e qualche legame tra le connazionali, che le convince a restare ancora un pò.

In Ucraina, nel frattempo, le cose non migliorano e le relazioni si lacerano: gli uomini si lasciano andare, i figli vivono male l'allontanamento e rifiutano l'autorità materna. La città di origine diventa, ai loro occhi, piccola, gretta e provinciale. Per non parlare del fatto che quì non sono più madri e professioniste con un'immagine sociale rispettabile e legami sociali, ma semplici migranti che hanno speso anni in attività umilianti.

Quando tornano a casa, spesso per una breve vacanza, trovano che tutto è cambiato; sono loro, le prime ad essere cambiate. Spesso, tuttavia, il ritorno in patria è l'unica soluzione: in Italia non hanno le risorse per poter avere nemmeno una vita autonoma, nemmeno un monolocale tutto loro. Arrotondano vendendo informazioni e posti di lavoro alle connazionali nuove arrivate, ma ciò non basta. A volte ritornano convinte di rimanere in patria, ma poi dopo poco scelgono di emigrare di nuovo.

Oppure, quando sono troppo vecchie per fuggire ancora, vi rimangono, ma con mille sofferenze e disagi.

lunedì 6 settembre 2010

Un orrido impasto di affari, dominio maschile, schiavismo



















di AnnaMaria Rivera
L’ultima visita ufficiale in Italia del colonnello Gheddafi è stata, ancora una volta, il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista: le amazzoni, i cavalli berberi, le tende beduine, l’harem mercenario, il Corano offerto come cadeau in luogo delle farfalline d’argento (o d’oro, non sappiamo) che il Cavaliere è solito donare alle ospiti di Villa Certosa. A ben guardare, è il medesimo spettacolo kitsch che sovente ci viene offerto dall’ex venditore di spazzole (elettriche) che ha fatto fortuna, ma, appunto, decorato con un po’ di paccottiglia orientaleggiante.



















Il Colonnello conosce bene i suoi polli, sa bene che nel regno di Papi può permettersi di gigioneggiare e provocare. Di sicuro intuisce che nel basso impero che lo ha accolto trionfalmente per la quarta volta è ben radicata, e considerata con indulgenza da buona parte dell’opinione pubblica, la protervia maschilista: la stessa che lo ha spinto ad assoldare come comparse del suo show donne che il sistema politico-mediatico berlusconiano ha assuefatto al mercimonio di sé. Sa bene, Gheddafi, che le espressioni d’indignazione o addirittura di disprezzo neocoloniale (il “Rais”, il “Satrapo”, lo hanno definito) che egli suscita nell’establishment politico - variamente motivate, quasi tutte incoerenti e ipocrite - sono il piccolo prezzo da pagare al riconoscimento politico, ad affari lucrosi, all’indennizzo cospicuo per «le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana»: così recita il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, che ha concluso il percorso iniziato dai protocolli sottoscritti a Tripoli nel 2007 dal ministro Amato col sostegno politico di D’Alema, allora ministro degli esteri.
Il corollario di tanta fervida amicizia – perfino servile, così da indurre il Cavaliere a baciare la mano del Colonnello come fosse il Papa - sono, come è noto, i pattugliamenti congiunti delle coste, i sistemi di controllo delle frontiere terrestri libiche (affidati a imprese italiane), i respingimenti collettivi di migranti e profughi, i cadaveri abbandonati nel deserto, le violenze e le torture inflitte ai migranti rinchiusi nelle prigioni e nei centri di detenzione. E qui il cerchio si chiude. Infatti, a pensarci bene, non è così paradossale quel che sembra tale.
Lo scenario orientalista ostentato in un paese afflitto da islamofobia e arabofobia è una stranezza solo apparente. Nel paese in cui si assaltano moschee, si aggrediscono donne velate e si insulta l’Islam (Santanché, sottosegretario), si propone il Maiale Day in spregio ai musulmani (Calderoli, ministro), si auspica una nuova Lepanto contro gli infedeli (La Padania), in un tale paese ci possono stare pure quattro inviti ufficiali al rappresentante della Repubblica Araba di Libia il quale regala il Corano a fanciulle prezzolate e le invita alla conversione. Purché la sostanza sia salva: il business, il profitto, il dominio maschile, l’acquisto della forza-lavoro al prezzo più basso, ergo la selezione dei migranti e la loro de-umanizzazione, nonché l’uso propagandistico del tema immigrazione. Intatta resta anche la sostanza neocoloniale dell’operazione. Il Trattato di amicizia e i quattro ricevimenti solenni di colui cui si è attribuito il ruolo di cane da guardia delle sacre frontiere marittime italiane non scalfiscono lo spirito di una società, quella italiana, che mai ha fatto i conti collettivamente col proprio passato coloniale, mai ne ha riconosciuto e rinnegato gli orrori; una società che oggi continua a nascondere la polvere della xenofobia e del razzismo quotidiani sotto il tappeto del mito degli italiani, brava gente.















Chi oggi bacia la mano a Gheddafi è lo stesso che nel 2004 presiedeva il governo che patrocinò un’indecente mostra fotografica sull’Epopea degli Ascari Eritrei: ospitata nel Vittoriano, la mostra celebrava il contributo delle truppe “indigene” collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Per dirne un’altra, il film Il leone del deserto, sulla resistenza contro il colonialismo italiano in Libia, mai fino a oggi è entrato nel circuito ufficiale delle sale cinematografiche italiane: messo al bando nel 1982 -secondo Andreotti, allora capo del governo, infangava l’onore dell’esercito-, perseguito per vilipendio delle forze armate, solo dopo la visita italiana di Gheddafi nel 2009 fu proposto per la prima volta da una rete televisiva. Quanto al Leone del deserto, Omar al-Mukhtar, martire della resistenza anticoloniale ed eroe nazionale, temiamo si stia rivoltando nella tomba: in fondo, quelli che ora omaggiano il Colonnello sono, per lo meno sul piano culturale, i degni eredi di coloro che misero a morte al-Mukhtar dopo un processo sommario. E comunque al Leone del deserto non sarebbe piaciuto, immaginiamo, che il riconoscimento della dignità del suo paese costasse la scia di cadaveri che si allunga dal deserto libico fino alle porte della Metropoli.
Annamaria Rivera

in data:01/09/2010
DA: LIBERAZIONE

mercoledì 1 settembre 2010

HANNA E VIOLKA il film/documentario sul lavoro delle "badanti"

"Hanna e Violka" - un film di Rossella Piccinno


GUARDA IL TRAILER


Sinossi:
Hanna Korszla è una delle 1.700.000 badanti presenti in Italia, vive in
Salento da tre anni insieme a Gina e Antonio, un anziano ultraottantenne
malato di Alzheimer, di cui si occupa costantemente. Violka è sua figlia,
diciannovenne polacca senza lavoro. Le vite di Hanna e Violka si incontrano
come in uno specchio scambiando i propri ruoli nella cura di 'Ntoni. E' così
che Hanna può finalmente ritornare in Polonia a riabbracciare il resto della
sua famiglia confrontandosi con un presente e con un passato difficile, mentre
Violka, badante-bambina, fa i conti con un soggiorno che non si rivela essere
proprio "una vacanza".
"Hanna e Violka" è un film sulla trasformazione, quella privata delle
protagoniste a confronto con differenti ruoli, e quella sociale dell'Italia che
invecchia, della famigli! a che cambia, delle straniere venute dall'Est per
diven! tare qua si "di famiglia" . E' un film sulla migrazione di oggi e sulla
straordinaria capacità delle donne di affrontare con forza e ironia le dure
sfide del quotidiano.

Rossella Piccinno

Rossella Piccinno si è laureata in Cinematografia Documentaria e Sperimentale al Dams di Bologna prima di specializzarsi come Tecnico di Produzioni Video. Nel 2005 debutta alla regia con il corto Interno sei seguito dai documentari Mauritania, antiche biblioteche nel deserto (2006), Occhi negli occhi memorie di viaggio (2007), Voci di donne native e migranti (2008), dalla videoelegia To my darling (2008) e dal suo ultimo lavoro Hanna e Violka (2009). Attualmente è artista residente presso lo Studio Nazionale di Arti Contemporanee “Le Fresnoy” in Francia.

Note di regia:
"Avvicinandomi a questo tema con il mio precedente lavoro "Voci di donne
native e migranti"
ho sentito l'esigenza di fare un ulteriore passo in questa
direzione spostando la mia ricerca dal documentario corale al film privato,
dalla realtà detta alla realtà mostrata.
Per questo motivo ho scelto di raccontare la vita di Gina e 'Ntoni, miei
nonni materni, e di Hanna, la loro badante polacca, avventurandomi
personalmente in una riflessione che non è solo antropologica e sociale ma
prima di tutto intima e personale."

Credits
Soggetto: Rossella Piccinno | Sceneggiatura: Rossella Piccinno, Nicolas
Gray, Maggie Armstrong | Regia: Rossella Piccinno | Camera: Rossella Piccinno |
Cast: Antonio Cacciatore, Hanna Korszla, Violka Korszla, Giovanna Margarito |
Montaggio: Rossella Piccinno | Assistenza al montaggio: Tommaso del Signore |
Musica: Marco Mattei, Marco Pierini| Produzione: Rossella Piccinno,
DakhlaVision, Variemani | Co-produzione e distribuzione: Kurumuny, Anima Mundi
edizioni | Con il sostegno di: Apulia Film commission | In collaborazione con:
Naemi, forum di donne native e Migranti | durata: 56' | Italia 2009

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"Hanna e Violka" ha vinto il Festival Lo Sguardo di Omero Torre dell'Orso (LE)

"Hanna e Violka" ha partecipato al Festival del Cinema Invisibile
(proiezione il 21 Agosto presso l'Accademia di belle Arti di lecce

"Hanna e Violka" ha partecipato al Festival del Cinema del Reale

"Hanna e Violka" ha vinto l'Etnofilm festival di Rovigo

"Hanna e Violka" ha vinto il Riace film festival

"Hanna e Violka" ha vinto il Quadra film festival

"Hanna e Violka" ha vinto il Festival OBIETTIVI SUL LAVORO

"Hanna e Violka" ha vinto il premio "Open Eyes" come Miglior Documentario Internazionale al Med Film Festival di Roma

"Hanna e Violka" è stato selezionato per il "Premio Doc/it Professional Award"

"Hanna e Violka" ha partecipato a DOC IN TOUR
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Premi:

- novembre 2009: Vincitore del Premio Open Eyes 2009 come Miglior
Documentario Internazionale al Med Film Festival.

Motivazione:
Per la sensibilità poetica con cui si racconta una vicenda privata, che
coinvolge due famiglie, una italiana e una polacca, testimoni dirette delle
trasformazioni dell'Europa di oggi, tra migrazioni e cambiamenti sociali.

- dicembre 2009: Vincitore del festival Obiettivi sul Lavoro come Miglior
Film Documentario:

Motivazione:
La regista, attraverso una scelta oculata ed efficace del soggetto, ha 0D
dimostrato profondità di analisi e metodo. Il linguaggio ancora non
completamente maturo del film è controbilanciato da una notevole sensibilità
nel cogliere momenti di vita intensi e significativi. In particolare la scelta
della protagonista, una donna carica di energia umana e simpatia, permette di
andare in profondità nella narrazione di una vicenda lavorativa estrema in
contesto sociale ricco di contraddizioni come quello dell'Italia rurale.



"Hanna e Violka" è stato pubblicato in DVD da Kurumuny e Anima Mundi Edizioni

per informazioni naemiforumdonne@yahoo.it

"Hanna e Violka"/ Migrazioni[ravvicinate]del terzo tipo
Leggi l'intervista su Palascia, l'informazione migrante

martedì 31 agosto 2010

LAVORO. Donne, migranti e colte, il profilo Censis delle badanti italiane

(ROMA) Il lavoro domestico si rivela estremamente pericoloso: nonostante l’apparente senso di sicurezza trasmesso dall’ambiente casalingo, si cela una molteplicità di rischi, grandi e piccoli, soprattutto considerando il carattere fondamentalmente irregolare dei collaboratori domestici. Sono alcuni dei risultati frutto della ricerca “Dare casa alla sicurezza. Rischi e prevenzione per i lavoratori domestici” , realizzata dal Censis con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e presentata ieri 13 luglio a Roma, presso il Cnel, da Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis, e discussa, tra gli altri, dal Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, il Presidente del Censis Giuseppe De Rita e il Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Pasquale Viespoli. Sono 1,5 milioni le colf e badanti presenti nelle case degli italiani. 2 milioni e 412 mila famiglie italiane ricorrono ai servizi di collaboratori domestici (una su dieci), con un incremento del 42% rispetto al 2001. Figura sempre più centrale del tessuto sociale del nostro Paese, spina dorsale del welfare «fai da te» e sostegno indispensabile per una popolazione che invecchia, ma anche componente sempre più integrata del nucleo familiare, il collaboratore domestico costituisce ormai una presenza stabile in moltissime case italiane. Donna, giovane e immigrata: questo è il profilo del collaboratore domestico che emerge dall’indagine del Censis. In prevalenza, infatti, si tratta di donne e stranieri provenienti dall’Europa dell’Est: Romania, Ucraina, Polonia e Moldavia. Numerosi sono anche i filippini. Più della metà di colf e badanti straniere ha meno di 40 anni ed ha un livello di istruzione mediamente più elevato delle colleghe italiane: il 37,6% possiede un diploma di scuola superiore e il 6,8% una laurea, contro rispettivamente il 23,2% e il 2,5% dei collaboratori domestici italiani. La maggioranza lavora per una sola famiglia, mentre il 44,6% è «pluricommittente», ossia lavora per due, tre, quattro e più famiglie. Il 26,5% alloggia presso la famiglia per cui lavora. In media, l’anzianità di servizio si aggira attorno ai 7 anni. La paga mensile media ammonta a 900 euro netti, con la maggioranza che guadagna meno di 1.000 euro netti al mese e una fetta consistente di collaboratori domestici la cui retribuzione sale oltre i 1.000 euro.

“Dall’indagine – ha detto Giuseppe Roma, direttore del Censis, illustrando lo studio – emerge un dato rilevante dal punto di vista dell’occupazione femminile nel nostro Paese: senza la componente di colf e badanti, infatti, le donne al lavoro nel nostro paese scenderebbe dal 47% al 40%; e ci sarebbero effetti anche sui tassi di occupazione giovanile”. Roma ha continuato sottolineando come il settore dei collaboratori domestici sia in gran parte “sommerso”: “C’è molto lavoro irregolare: il 40% dei lavoratori che operano nel settore è irregolare, e questa percentuale sale in alcune zone del Paese come il Sud e il Nord-Est, mentre scende al Nord”. L’irregolarità contrattuale rappresenta, infatti, una condizione diffusa per più del 60% del campione: tra di essi, gli italiani rappresentano più della metà, mentre gli stranieri accettano lavori in nero solo nel 30% dei casi, in quanto interessati ad avere un contratto per ottenere il permesso di soggiorno. La sperequazione geografica, anche nel campo dell’irregolarità, rappresenta un elemento molto importante: al Sud il tasso di irregolari raggiunge il picco del 72,7%. In termini di evasione contributiva, quasi 6 ore di lavoro su 10 risultano prive di qualsiasi forma di copertura previdenziale, al di fuori del quadro di regole, tutele e garanzie previste dalla legge. Oltre ad essere prevalentemente sommerso, il lavoro domestico si contraddistingue per un elevato tasso di incidenti: se il quadro dipinto dalle statistiche ufficiali registra nel 2008 poco più di 3.500 infortuni riguardanti il personale, di cui 2 mortali, l’indagine del Censis rivela una situazione molto più preoccupante. Il 44% dei lavoratori intervistati dichiara di aver avuto almeno un incidente sul lavoro nell’ultimo anno, con tassi molto elevati soprattutto tra gli stranieri. Gli incidenti, che sono per lo più bruciature, scivolate, cadute dalle scale, ferite provocate dall’utilizzo di coltelli, strappi, contusioni e intossicazioni, provocano spesso conseguenze fisiche per il lavoratore, più o meno gravi, ma spesso non vengono alla luce. Si riscontra un basso livello di consapevolezza riguardante i rischi del mestiere e le sue potenziali conseguenze sulla salute, come confermato dal fatto che le principali cause degli incidenti sono la disattenzione di colf e badanti, l’imperizia o i comportamenti azzardati, la mancata o cattiva manutenzione di oggetti e impianti. Se la casualità resta un fattore importante nella casistica, i fattori endogeni rimangono quindi la causa più comune degli incidenti.

Per quanto riguarda la prevenzione dagli infortuni, dall’indagine emerge non solo l’assenza di una strategia globale di prevenzione, ma anche una comunicazione piuttosto lacunosa tra collaboratori e famiglie e la scarsa consapevolezza da parte di entrambi dei fattori presenti sul lavoro. Una buona percentuale di collaboratori domestici non si preoccupa della propria sicurezza, preferendo soluzioni “fai da te”, dettate nella metà dei casi dall’esperienza.

(Delt@ Anno VIII, n. 151 del 14 luglio 2010) Elisa Strozzi

Il 4 settembre 2010 manifestazione a Roma davanti all'Ambasciata francese per dire no alla persecuzione dei Rom

Roma, 28 agosto 2010.

Torna a riunirsi il Coordinamento anti-discriminazione con la mobilitazione di tutti gli antirazzisti accanto ai rappresentanti della comunità Rom e Sinti per la manifestazione del 4 settembre 2010 alle ore 14,30 a Roma, in Piazza Farnese davanti all’Ambasciata francese, per dire no a razzismo e discriminazione; no agli sgomberi senza alternative di alloggio; no alla trasformazione di Rom e Sinti in capri espiatori per fini politici; no alle nuove forme di deportazione; no all'uso improprio o illecito degli ingenti fondi Ue stanziati per l'integrazione di Rom e Sinti. Il Ministro Maroni con un'intervista al Corriere della Sera ha ufficialmente aperto la campagna elettorale della Lega Nord, che verterà ancora una volta su un concetto strumentale di sicurezza, al cui centro non vi sarà la lotta alle mafie e alla corruzione, ma la solita campagna contro Rom e Sinti. Il Corriere della Sera ha intervistato il Ministro senza concedere a Rom e Sinti il legittimo diritto di replica. I media usano l'informazione per fini di propaganda e a senso unico. Le deportazioni, le intimidazioni, la caccia al Rom in Francia suscita il nostro sdegno, come uomini prima ancora che come cittadini italiani, europei e del mondo. Dopo il Vaticano e la Commissione europea, anche le Nazioni Unite hanno stigmatizzato le politiche contro i Rom in Francia, eppure i piani di pulizia etnica non sembrano fermarsi. I Rom e Sinti hanno pagato un prezzo altissimo durante la Seconda guerra Mondiale, con oltre 500 mila vittime della persecuzione razziale messa in atto dai nazifascisti, senza che questa immane tragedia si sia fissata come un monito nella memoria collettiva. Al contrario, pregiudizi e informazioni distorte continuano a gettare fango sul solo popolo che non ha mai fatto guerra a nessuno. Sarkozy e Maroni si accaniscono contro bambini, donne e vecchi che non possono difendersi.

I Rom e Sinti ricevono spazio solo quali protagonisti negativi della cronaca, mentre l'eroismo di famiglie emarginate che ogni giorno sopravvivono fra mille difficoltà e gli eventi culturali che vedono i Rom offrire un contributo preziosa alla civiltà europea e mondiale sono oscurati. La società civile deve essere informata e deve reagire. Centinaia di persone Rom e non, difensori dei diritti umani, intellettuali, professionisti, studenti hanno già aderito alla manifestazione e le adesioni continuano a raggiungere gli organizzatori. Lo stesso 4 settembre a Parigi, su iniziativa delle organizzazioni per i diritti di Rom e Sinti, si terrà una grande manifestazione di piazza contro le politiche antizigane condotte dal presidente Sarkozy e dal governo francese.