giovedì 7 ottobre 2010

VIOLENZA. L’Appello di Marea per la libertà delle donne migranti

VIOLENZA. Basta sangue nel nome della tradizione e della religione.

Pubblicato il 04 ottobre 2010 da Marea

(Imola) Siamo di nuovo di fronte alla morte di una donna, e al grave ferimento di un’altra per mano di un familiare. Siamo di nuovo di fronte al femminicidio e alla violenza in nome e per conto del senso di possesso maschile delle vite femminili. Siamo di nuovo di fronte al criminale intreccio tra ossequio della tradizione patriarcale e negazione dei diritti inalienabili della persona: come nel terribile caso di Hina Salem e di Sanaa Dafani, anche qui la parte maschile di una famiglia di migranti pakistani ha cercato di mettere a tacere la ribellione di una giovane contro una visione fondamentalista della religione e della tradizione, che vuole ogni donna destinata a vivere senza poter decidere di sé e della sua libertà.

Vicino a Modena un migrante pakistano, di fronte all’ennesimo rifiuto della figlia destinata ad un matrimonio combinato si è accanito, uccidendola, prima sulla moglie, che con coraggio appoggiava la figlia ventenne, e poi con l’aiuto del figlio ha cercato di sopprimere la ragazza, che per fortuna, pur gravemente ferita, non è morta sotto le percosse.

Ancora una volta la disobbedienza alle leggi maschili è stata pagata con il sangue e con la vita.

In questa vicenda però - si legge in un documento a firma Tiziana Dal Pra – Associazione Trama di Terre (Imola), Monica Lanfranco – Rivista Marea, Dounia Ettaib – Associazione Daris – c’è un fatto importante: una madre ha cercato di sostenere le ragioni di libertà di sua figlia. Pensiamo sia da questo fatto che possiamo trarre un grande segnale.

Moltissime donne migranti guardano alle libertà femminili, conquistate con lotte durissime, con speranza e come ad una grande opportunità: le giovani, ma non solo, sperano e sognano di poter studiare, lavorare, non sottostare alle violenze patriarcali e religiose, di scegliere liberamente se e quando diventare mogli e madri. Per molte di loro vivere in Italia sotto una pesante tradizione significa perdere quei diritti che in alcuni dei loro Paesi di origine sono ormai legge.

Se l’Italia è davvero un Paese libero deve dare opportunità soprattutto a queste speranze, che sono quelle delle nuove e future cittadine italiane.

A chi oggi prenderà spunto da questo drammatico episodio per rilanciare la crociata contro la migrazione, colpendo indiscriminatamente tutta la comunità migrante, diciamo che questa non è la strada giusta, che è razzismo. Vogliamo vivere in un Paese accogliente, capace di aiutare chi è più vulnerabile e dove la cittadinanza sia un diritto per chiunque, a prescindere dalla provenienza geografica.

A chi invocherà la doppia morale sostenendo che la tradizione va sempre rispettata, che le culture diverse vanno tutte seguite senza alcuna critica (e che per questo non è legittimo intervenire in faccende ‘private’ quando ci sono conflitti che riguardano le scelte delle donne nelle famiglie) diciamo che né la tradizione né la religione possono diventare un’arma mortale contro chicchessia.

I diritti delle donne non sono ancora considerati diritti umani in molti Paesi del mondo.

Troppo spesso, quando si tratta di diritti delle donne, e in particolare di corpo, di sessualità, di relazioni tra donne e uomini, la difesa dei diritti cede il passo ai moltissimi se e agli infiniti ma del relativismo culturale, persino nel nome della democrazia e della tolleranza.

Accogliere, incoraggiare, difendere il rifiuto da parte delle donne migranti dell’oppressione (della quale sono vittime nel nome della tradizione e della religione) non solo le aiuterà a trovare la loro libertà, ma offre a noi italiane, che abbiamo costruito o avuto in eredità i preziosi diritti di autodeterminazione, la possibilità di riaffermarli ed estenderli come gesto politico di responsabilità e di civiltà.

La violenza contro le donne è barbarie. La libertà delle donne è civiltà.

sabato 18 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza


da: Pensiero Selvaggio
Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente) insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

Secondo problema: le bambine nate in Italia da genitori migranti non possono essere sottoposte legalmente a questi interventi in Italia ma vengono regolarmente "operate" nei paesi di origine. Ed in questo caso la legge è impotente: questi atti ricadrebbero eventualmente sotto la responsabilità dei paesi dove le operazioni vengono messe in atto, dove tutto ciò è spesso legale (o non perseguito/non perseguibile). Non dobbiamo inoltre dimenticare che queste bambine non sono nemmeno cittadine italiane: un conto è proibire l'infibulazione sul territorio italiano, un conto "proibire" che le baby cittadine nigeriane o algerine vengano infibulate altrove. In questi casi, infatti mancano tutti i requisiti per poter avere voce in capitolo: stiamo pur sempre di atti cui vengono sottoposte cittadine straniere al di fuori dei confini del nostro paese.

Ma c'è una possibilità. Se a queste bambine nate in Italia fosse concessa la cittadinanza italiana alla nascita, infatti, il discorso potrebbe essere impostato in maniera diversa: queste bambine verrebbero sì sottoposte ad operazioni all'estero ma potrebbero comunque beneficiare di una serie di tutele che lo stato deve garantire ai suoi cittadini. Se dotate della cittadinanza, queste ragazze potrebbero ad esempio ricadere sotto la protezione primaria dello stato che potrebbe chiedere conto ai genitori responsabili di questo atto di menomazione appellandosi al fatto che le bambine sono minori italiane e che come tali godono di un set di tutele forti che lo stato deve far rispettare. La Repubblica Italiana potrebbe rendersi seriamente garante del diritto di queste sue baby cittadine perseguendo i genitori che "non vigilano" sull'incolumità dei minori resi italiani. Sarebbe già qualcosa.

Ad oggi, tuttavia, queste bambine non sono legalmente che individui di passaggio. Per loro si può invocare soltanto la generica tutela dei "diritti umani"; e suona un pò "imperialista" l'imporre a quelle che oggi sono ancora cittadine nigeriane o marocchine una visione del mondo italiana. A coloro che si indignano per l'infibulazione lancerei quindi questa provocazione: lavoriamo per far ricadere seriamente queste giovani vittime sotto l'ala protettrice della Repubblica Italiana riconoscendole come cittadine a pieno titolo.

Ed una volta che sono maggiorenni, lasciamole libere di fare del loro corpo ciò che meglio credono.

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Infibulazione: "Nella capitale
curate oltre 10mila donne"

DA: Repubblica.it

In Italia la legge vieta le mutilazioni genitali femminili, ma ancora molte donne continuano a sottoporsi a questa pratica. L'allarme di Aldo Morrone, direttore dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie nella povertà (Inmp): "Il fenomeno non si ferma. Ci sono ancora medici che agiscono nell'illegalità'"


E' un dramma nascosto quello delle donne immigrate vittime di mutilazione genitale femminile (Mgf) in Italia. Solo nella capitale dal 1996 sono state curate in diecimila. A lanciare l'allarme sul fenomeno è Aldo Morrone, direttore dell'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie nella povertà (Inmp) all'ospedale romano San Gallicano.

Anche se in Italia la legge vieta questa pratica, la situazione è sempre più preoccupante. Secondo alcune stime recenti ogni anno almeno 600 bambine sono a rischio. "Nel nostro Paese ci sono ancora medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l'infibulazione - spiega Morrone - ce ne accorgiamo solo quando le donne vengono al nostro ambulatorio e osserviamo danni recenti che fanno pensare a un intervento di questo genere".

Spesso le mutilazioni sono fatte senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. L'emorragia che ne consegue viene arrestata tamponando la ferita con garze e bendaggi o, nei casi migliori, con punti di sutura. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.

La legge
A quattro anni dalla legge (n.7-01-2006) che vieta l'infibulazione è ancora difficile fare un bilancio sulla sua efficacia in Italia. Nel mondo più di 130 milioni di donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali (Mgf) e solo in Italia si calcola che siano 40.000. E' il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila vittime.

Nel nostro paese non esistono dati ufficiali sul questo fenomeno 'nascosto' visto che chi pratica questa usanaza può essere punito con una pena che può arrivare a 12 anni di reclusione. Spesso il problema è quello delle vacanze nei paesi d'origine. Se in Italia 'il taglio' è vietato, la possibilità di superare l'ostacolo è infatti quello di effettuare l'infibulazione all'estero.

Le 10mila donne passate dal San Gallicano provenivano soprattutto dall'Africa dove questa tradizione, slegata da dettami religiosi, è radicata.

In molti paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale
o in quelli dove si fanno piercing e tatuaggi. "Il fenomeno paradossale - dice Morrone - è quello delle giovani ragazze, adolescenti nate in Italia da genitori immigrati o trasferitesi da piccole che 'desiderano' essere infibulate, una volta raggiunta la maggiore età". Le ragazze che hanno fatto questa richiesta, nonostante i numerosi colloqui con i mediatori culturali, in qualche caso, sono riuscite a portare a termine la loro intenzione altrove.

"Abbiamo avuto notizie di una ragazza africana - conclude Morrone - che, una volta maggiorenne, si è fatta infibulare in Germania. E' difficile modificare questo modello culturale. Da una collaborazione con colleghi spagnoli siamo addirittura venuti a sapere di immigrate che, approfittando delle vacanze estive, portavano le loro figlie a farsi infibulare nei Paesi d'origine".
(11 settembre 2010)

Il confine violato del patriarcato dalle donne migranti


il manifesto - 6 agosto 2010
Paola Rudan

FRANCESCA ALICE VIANELLO, MIGRANDO SOLE. LEGAMI TRANSNAZIONALI TRA UCRAINA E ITALIA, FRANCO ANGELI, PP. 192, EURO 21

Le donne che migrano sole rovesciano l'ordine patriarcale. Migrando, sanno di venire meno all'immagine della madre legata al focolare domestico e di sottrarsi alla presenza di un uomo forte. Le donne che migrano sole, lasciando i propri mariti e figli nel paese di provenienza, sanno di essere loro le più forti. «Noi siamo più forti»: è proprio questo che dice A. F., migrante incontrata a Venezia, in una delle molte interviste che conferiscono al lavoro di Francesca Alice Vianello una rara profondità.
Migrando sole è il risultato di una ricerca empirica sulla mobilità transnazionale delle donne ucraine. Un fenomeno sempre più rilevante ma ancora poco conosciuto, che l'autrice indaga intrecciando l'attenzione alle biografie delle donne incontrate con un tentativo efficace di trarre da uno studio di caso indicazioni più generali per comprendere i movimenti transnazionali delle donne e le trasformazioni che producono. Si tratta di una ricerca di frontiera, perché svolta sui pulmini che collegano il nordest e il suo oriente, nei parcheggi dove la domenica le migranti si incontrano, in Ucraina, per considerare gli effetti delle migrazioni delle donne sui figli, le figlie, il tessuto sociale. Una ricerca di frontiera perché condotta da una donna che ha accettato di muoversi per essere in grado di comprendere la lingua e il linguaggio parlati dalle donne incontrate.
Le migranti ucraine (il campione considerato è ampio, relativamente uniforme rispetto alla provenienza sociale - urbana, con alti livelli di istruzione - e differenziato soprattutto in termini generazionali) fanno esperienza non solo di quella che Sayad ha definito «doppia assenza», ma anche e soprattutto di una «doppia presenza». È questo rovesciamento proposto dall'autrice che rende meglio la specificità sessuata di questo studio di caso. Si tratta di una riconfigurazione su scala transnazionale del doppio ruolo - produttivo e riproduttivo - rivestito dalle donne: nel momento in cui migrano sole, le ucraine si trovano a indossare i panni del breadwinner (madri goduval'nytsi) conquistando attraverso il denaro un potere inedito all'interno della famiglia e producendo così tensioni e conflitti anche radicali nei rapporti di genere.
Al contempo, come madri esse sono obbligate a ripensare il proprio modello di maternità, adattandolo alla dimensione transnazionale con strategie che vanno dalle frequenti telefonate ai pacchi dono, dalla retorica del sacrificio materno per i figli al valore simbolico attribuito alle rimesse, una vera e propria «sentimentalizzazione del denaro» cui Francesca Alice Vianello dedica, in prospettiva storica, un'analisi approfondita.
La «doppia presenza» delle donne migranti non è letta attraverso uno sterile binomio Ucraina/tradizione - Italia/modernità. Al contrario, si mostra la presenza transfrontaliera di queste due dimensioni considerando, in particolare, il modo in cui l'uscita delle donne ucraine dalla tradizionale divisione sessuale del lavoro sia riaddomesticata tramite la loro segregazione lavorativa come «badanti». Nonostante tutto, la migrazione rappresenta per queste donne un'esperienza sovversiva, che indica nuovi orizzonti di possibilità modificando, ad esempio, il calendario socioculturale che scandisce la loro biografia, aprendo le porte di una «nuova giovinezza», diventando un'opportunità sempre perseguibile di appropriazione di potere anche laddove gli attraversamenti della frontiera costituiscono altrettanti momenti di proletarizzazione.
Lungo queste linee di indagine l'analisi di Francesca Alice Vianello si sviluppa per giungere a proporre alcuni tipi ideali di migranti ucraine - in transito, permanenti, sospese - che, senza alcuna rigidità, mirano a mettere in luce la dimensione soggettiva, la capacità di elaborare strategie diverse a seconda del mutamento delle prospettive personali, delle relazioni famigliari, delle condizioni lavorative. Non vi è, in questo approccio, alcuna forzata esaltazione della migrazione delle donne come processo emancipatorio in sé dato, ma al contrario la capacità di cogliere tensioni e contraddizioni, possibilità e limiti, restituendo la rilevanza sociale e la costitutiva politicità dell'esperienza personale e del suo racconto. In questo senso, Migrando sole non è solo un contributo estremamente rilevante per comprendere la dimensione ormai compiutamente transnazionale della riproduzione sociale, ma mostra con chiarezza la necessità imprescindibile di uno sguardo sessuato alle migrazioni contemporanee: perché le donne ne sono protagoniste e perché, anche migrando, le donne cambiano il mondo.

lunedì 13 settembre 2010

Dietro le "Badanti". Orfani sociali, spaesamenti e altri effetti collaterali

da: ilpensieroselvaggio

Negli scorsi giorni ho potuto assistere al seminario di presentazione di un libro, scritto da una giovane sociologa di Padova, che studia il tema delle "badanti" a partire da un'intensa attività di ricerca, osservazione e intervista condotta in parte in Veneto in parte in Ucraina.

Voglio brevemente condividere alcuni aspetti, spesso ignorati dal dibattito, che mi hanno colpito.

Le "badanti" ucraine sono soprattutto donne oltre i 40-50 anni; dopo la dissoluzione del socialismo reale hanno spesso perso il loro impiego qualificato andando incontro a grosse difficoltà economiche. Spesso l'intera famiglia è stata travolta dalla crisi: mariti rimasti disoccupati, o che mantengono lavori insufficienti a garantire reddito per salvaguardare la loro immagine sociale; spesso queste difficoltà hanno portato a crisi anche coniugali conclusesi con divorzi e separazioni. Queste donne si sono quindi trovate spesso sole, con il bisogno di diventare principali procacciatrici di reddito. A volte partono gli uomini: destinazione Russia, Repubblica Ceca e Polonia, dove lavorano come manovali (i due terzi degli emigranti ucraini sono uomini). Ma spesso sono le donne a trovarsi costrette a partire.


A casa, queste donne lasciano i figli, spesso in età adolescenziale o pre-adolescenziale. I mariti, dove ancora presenti (e non hanno divorziato), generalmente si curano ben poco di loro; spesso, formalmente, i ragazzi ricadono sotto la responsabilità di nonni e zii ma, specie nelle grandi città, essi vivono lontano dagli appartamenti dove i ragazzi rimangono di fatto a vivere da soli. In Ucraina, questi "orfani sociali" sono considerati una piaga tanto che i giornali locali non fanno che parlarne con toni allarmistici: scarsi risultati scolastici, problemi di alcol e droga. D'altra parte non sono altro che adolescenti lasciati a vivere soli, o sotto il controllo di fratelli o di zie lontane, con una madre lontana che perde autorità e invia laute paghette per compensare e motivare la distanza.

Le madri in Italia lavorano duramente per pagare l'università, l'avviamento professionale, le nozze; mandano frequentemente regali anche banali, per "rappresentare" l'interessamento e la cura. Ma spesso ciò non basta.

La migrazione non è traumatica soltanto per i figli, ma anche per le donne stesse. Finchè vivono in Ucraina esse sono madri, donne istruite, professioniste: anche se hanno perso il lavoro hanno una loro identità rispettabile e costruita, come qualsiasi quarantenne e cinquantenne. Il giorno dopo la partenza, tuttavia, questa eredità si è già sbriciolata: lavori umilianti, e non riconosciuti socialmente, di fronte alle quali queste donne (in patria molto spesso "impiegate di concetto") sono per di più impreparate. Zero autonomia, per donne abituate ad avere la massima libertà di carriera e di movimento improvvisamente murate in appartamenti dove tutto è regalato, dove sono obbligate - se non vogliono perdere il lavoro, o se ambiscono a una mezza giornata libera - anche ad essere ossequiose ed affettuose.

Non basta il fatto che queste donne tamponano sulla loro pelle le carenze del nostro welfare e liberano le giovani donne dal peso di questo penoso lavoro full time di cura.

In ogni caso, la loro condizione non è buona. Non che si aspettassero nulla; ma l'impatto è traumatico. Cominciano così a mitizzare il momento del ritorno a casa: a sognarlo, a immaginarlo, a stabilire quote e limiti massimi di permanenza. Ma questo rientro, sempre presente sull'orizzonte, spesso si rivela molto lontano: le esigenze si moltiplicano, e le donne cominciano a ricostruirsi un embrione di vita sociale, qualche amicizia e qualche legame tra le connazionali, che le convince a restare ancora un pò.

In Ucraina, nel frattempo, le cose non migliorano e le relazioni si lacerano: gli uomini si lasciano andare, i figli vivono male l'allontanamento e rifiutano l'autorità materna. La città di origine diventa, ai loro occhi, piccola, gretta e provinciale. Per non parlare del fatto che quì non sono più madri e professioniste con un'immagine sociale rispettabile e legami sociali, ma semplici migranti che hanno speso anni in attività umilianti.

Quando tornano a casa, spesso per una breve vacanza, trovano che tutto è cambiato; sono loro, le prime ad essere cambiate. Spesso, tuttavia, il ritorno in patria è l'unica soluzione: in Italia non hanno le risorse per poter avere nemmeno una vita autonoma, nemmeno un monolocale tutto loro. Arrotondano vendendo informazioni e posti di lavoro alle connazionali nuove arrivate, ma ciò non basta. A volte ritornano convinte di rimanere in patria, ma poi dopo poco scelgono di emigrare di nuovo.

Oppure, quando sono troppo vecchie per fuggire ancora, vi rimangono, ma con mille sofferenze e disagi.

lunedì 6 settembre 2010

Un orrido impasto di affari, dominio maschile, schiavismo



















di AnnaMaria Rivera
L’ultima visita ufficiale in Italia del colonnello Gheddafi è stata, ancora una volta, il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista: le amazzoni, i cavalli berberi, le tende beduine, l’harem mercenario, il Corano offerto come cadeau in luogo delle farfalline d’argento (o d’oro, non sappiamo) che il Cavaliere è solito donare alle ospiti di Villa Certosa. A ben guardare, è il medesimo spettacolo kitsch che sovente ci viene offerto dall’ex venditore di spazzole (elettriche) che ha fatto fortuna, ma, appunto, decorato con un po’ di paccottiglia orientaleggiante.



















Il Colonnello conosce bene i suoi polli, sa bene che nel regno di Papi può permettersi di gigioneggiare e provocare. Di sicuro intuisce che nel basso impero che lo ha accolto trionfalmente per la quarta volta è ben radicata, e considerata con indulgenza da buona parte dell’opinione pubblica, la protervia maschilista: la stessa che lo ha spinto ad assoldare come comparse del suo show donne che il sistema politico-mediatico berlusconiano ha assuefatto al mercimonio di sé. Sa bene, Gheddafi, che le espressioni d’indignazione o addirittura di disprezzo neocoloniale (il “Rais”, il “Satrapo”, lo hanno definito) che egli suscita nell’establishment politico - variamente motivate, quasi tutte incoerenti e ipocrite - sono il piccolo prezzo da pagare al riconoscimento politico, ad affari lucrosi, all’indennizzo cospicuo per «le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana»: così recita il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, che ha concluso il percorso iniziato dai protocolli sottoscritti a Tripoli nel 2007 dal ministro Amato col sostegno politico di D’Alema, allora ministro degli esteri.
Il corollario di tanta fervida amicizia – perfino servile, così da indurre il Cavaliere a baciare la mano del Colonnello come fosse il Papa - sono, come è noto, i pattugliamenti congiunti delle coste, i sistemi di controllo delle frontiere terrestri libiche (affidati a imprese italiane), i respingimenti collettivi di migranti e profughi, i cadaveri abbandonati nel deserto, le violenze e le torture inflitte ai migranti rinchiusi nelle prigioni e nei centri di detenzione. E qui il cerchio si chiude. Infatti, a pensarci bene, non è così paradossale quel che sembra tale.
Lo scenario orientalista ostentato in un paese afflitto da islamofobia e arabofobia è una stranezza solo apparente. Nel paese in cui si assaltano moschee, si aggrediscono donne velate e si insulta l’Islam (Santanché, sottosegretario), si propone il Maiale Day in spregio ai musulmani (Calderoli, ministro), si auspica una nuova Lepanto contro gli infedeli (La Padania), in un tale paese ci possono stare pure quattro inviti ufficiali al rappresentante della Repubblica Araba di Libia il quale regala il Corano a fanciulle prezzolate e le invita alla conversione. Purché la sostanza sia salva: il business, il profitto, il dominio maschile, l’acquisto della forza-lavoro al prezzo più basso, ergo la selezione dei migranti e la loro de-umanizzazione, nonché l’uso propagandistico del tema immigrazione. Intatta resta anche la sostanza neocoloniale dell’operazione. Il Trattato di amicizia e i quattro ricevimenti solenni di colui cui si è attribuito il ruolo di cane da guardia delle sacre frontiere marittime italiane non scalfiscono lo spirito di una società, quella italiana, che mai ha fatto i conti collettivamente col proprio passato coloniale, mai ne ha riconosciuto e rinnegato gli orrori; una società che oggi continua a nascondere la polvere della xenofobia e del razzismo quotidiani sotto il tappeto del mito degli italiani, brava gente.















Chi oggi bacia la mano a Gheddafi è lo stesso che nel 2004 presiedeva il governo che patrocinò un’indecente mostra fotografica sull’Epopea degli Ascari Eritrei: ospitata nel Vittoriano, la mostra celebrava il contributo delle truppe “indigene” collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Per dirne un’altra, il film Il leone del deserto, sulla resistenza contro il colonialismo italiano in Libia, mai fino a oggi è entrato nel circuito ufficiale delle sale cinematografiche italiane: messo al bando nel 1982 -secondo Andreotti, allora capo del governo, infangava l’onore dell’esercito-, perseguito per vilipendio delle forze armate, solo dopo la visita italiana di Gheddafi nel 2009 fu proposto per la prima volta da una rete televisiva. Quanto al Leone del deserto, Omar al-Mukhtar, martire della resistenza anticoloniale ed eroe nazionale, temiamo si stia rivoltando nella tomba: in fondo, quelli che ora omaggiano il Colonnello sono, per lo meno sul piano culturale, i degni eredi di coloro che misero a morte al-Mukhtar dopo un processo sommario. E comunque al Leone del deserto non sarebbe piaciuto, immaginiamo, che il riconoscimento della dignità del suo paese costasse la scia di cadaveri che si allunga dal deserto libico fino alle porte della Metropoli.
Annamaria Rivera

in data:01/09/2010
DA: LIBERAZIONE